Minuti di guerra fredda nell’ex capitale neutrale

I bei giorni degli scambi di agenti lungo il muro di Berlino non torneranno. Quel bel clima gelido di Guerra fredda che ha ispirato milioni storie, quando nelle capitali europee ne succedevano di tutti i colori, non è che un vago ricordo. Eppure ieri, nella neutrale Vienna (da cosa si è neutrali nel 2010?), gli arcinemici di un tempo, si sono scambiati spie in cambio di spie.Si tratta del più grande e coreografico scambio dai tempi d’oro in cui Ivan e Jack si davano la caccia lungo i canali di quella che è divenuta la capitale della Germania unita: dieci russi al prezzo di quattro americani, aerei sulle piste e tutto fatto in fretta.
E così, quella che poteva diventare una crisi di quelle pesanti tra Mosca e Washington, riportare l’orologio indietro e creare nuove difficoltà in politica estera, si è risolta in pochi giorni. Certo, le spie continueranno a darsi da fare da una parte e dall’altra – e in Cina, in Brasile, persino a Berlino – ma tra Russia e Stati Uniti non è più il tempo degli sguardi in cagnesco. Il tasto “Reset”, schiacciato simbolicamente da Hillary Clinton e Sergei Lavrov per rilanciare le relazioni tra i due nemici di un tempo, insomma, sembra funzionare.
E così, due aerei sono giunti nella capitale austriaca nel giro di pochi minuti, uno al lato dell’altro, giù le scalette e rapido passaggio di persone da un velivolo e l’altro. Poi partenza e arrivo a Londra, l’aereo Usa e Mosca, quello russo. Solo all’atterraggio nella capitale britannica, il Dipartimento di Stato ha annunciato che si, in effetti, lo scambio c’è stato. Da Mosca la spiegazione per la quale, le persone tornate a casa erano state «accusate» di lavorare per i servizi segreti russi o incriminate per reati non chiari. Fatto sta che gli agenti di entrambi i lati dell’ex cortina di ferro hanno, prima di essere rilasciati, apposto la loro firma in calce ad una confessione.
Tra le spie scambiate ieri ce n’è qualcuna che si è fatta anni di carcere duro e ci sono anche i dieci agenti scoperti nei giorni scorsi a Washington, quelli che per anni hanno condotto vite normali, abbrustolito hamburger sul Bar-b-q del giardino di casa, mangiato tacchino il giorno del ringraziamento e raccolto informazioni di scarso valore. Gli agenti russi erano però riusciti a farsi pizzicare dall’Fbi e ad essere seguiti per lungo tempo.
Per riavere a casa questi ultimi il governo russo ha chiuso tutti e due gli occhi ed ha accettato in fretta di liberare chiunque, pur di evitare dei processi pubblici negli Stati Uniti. Se gli agenti al servizio di Mosca fossero rimasti negli Stati Uniti avrebbero dovuto necessariamente parlare, dare infromazioni sui loro metodi operativi, renderli pubblici. Siamo nel 2010 e il Cremlino non avrebbe potuto tuonare contro il nemico imperialista che inventa falsità. Meglio risolvere in fretta il caso.
Quanto al personale agli ordini degli americani, il governo russo ha diffuso i loro nomi: l’ex colonnello Alexander Zaporozhsky, Igor Sutyagin, Gennady Vasilenko and Sergei Skripal. Il secondo, un ricercatore nel campo della produzione di armi, ha fatto sapere ai suoi parent che sarebbe finito a Londra ed è probabile che lavorasse proprio per i servizi segreti di Sua Maestà britannica.
A nessuno dei due Paesi conveniva tenere in casa le spie. Da un lato, Washington si trovava per le mani agenti non di primo piano, che aveva seguito a lungo e che non avevano prodotto particolari danni. Mosca, dal canto suo rilascia figure già in galera da anni, dalle quali ha già ottenuto o meno ogni informazione utili possibile. Alcuni degli agenti americani, tra l’altro, sono in cattiva salute. Per tutti, una casa e un salario a vita perché, come ha detto un ex funzionario della Cia «Chi lavora per il nostro Paese deve sapere che noi restiamo leali e che se anche fiiscono in carcere, noi non li dimentichiamo».
Sullo sfondo di tutta questa vicenda c’è, appunto, la nuova amicizia russo-americana. Per il momento, sul dossier iraniano, come sul nucleare, Washington e Mosca hanno ogni interesse ad andare d’accordo. Altri giganti sono spuntati all’orizzonte, incalzano l’America e la sua economia, si insinuano in Asia centrale, proprio ai confini russi. E così, almeno per adesso, sembra che Ivan e Jack – o meglio, Barack e Dimitri – possano finalmente andare d’accordo.
m. mazzonis

09/07/2010
Categorie: Politica Estera.
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