G20, quanto è importante, che è successo e che fine ha fatto il multilateralismo?

G20 protestL’Europa la pensa in un modo, gli americani in un altro, i cinesi nicchiano ma si cominciano a vedere. La buona notizia è che il forum dei 20 giganti resta una camera di compensazione dove le grandi economie si dicono delle cose in tono amichevole. La cattiva, per come la vediamo noi, è che i 20 non riescono a mettersi d’accordo su grandi temi che sono divenuti necessariamente globali e che Europa e Usa continuano a camminare ciascuno per conto proprio. La foto per ricordare che, con tutti i se e i ma che comporta, c’è anche un’opposizione al modo di fare dei venti, che questioni come tasse globali et simili erano state poste a partire dal vertice Wto di Seattle e in un luogo ameno della costa italica dove la polizia si è divertita a prendere i manifestanti a randellate per tre giorni.

Che cosa è successo in pillole? Il titolo del NYT è esemplificativo: I 20 evitano nuove regole globali (ottimo pezzo, si capisce molto bene che succede). Ecco, i mercati finanziari continuano ad essere un problema di tutti, ma il comunicato finale parla di regole da stabilire al prossimo summit di novembre a Seul e da implementare nel 2012. Ovvero: regole blande sulla capitalizzazione delle banche e gli scambi, ma dando al settore tre anni per adattare i propri sistemi. Sbagliato. L’unico Paese ad aver approvato (lo stanno per fare, a dire il vero) una legge di riforma restano gli Usa. Ma a questo punto le nuove regole si applicheranno solo internamente e questo potrebbe danneggiare l’economia, senza impedire che altrove nel mondo si ripetano esatamente gli stessi meccanismi che hanno portato al collasso finanziario del 2008.

Uno scontro divisivo si è avuto – lo sapete già no? – su deficit e tasse. Tutti vogliono una tassa, Obama ne ha proposta una prima di partire, l’Ue sembra pronta a deciderne una a sua volta. Ma ciascuno farà per conto proprio. Niente di globale: in un caso (gli Usa) la proposta è quella di raccogliere fondi per un numero X di anni (dieci?) e poi abbandinare la tassa. Una forma lenta attraverso la quale il settore finanziario contribuisce a ripianare il buco che ha creato. In Ue sembra più una cosa stabile, ma con lo stesso obiettivo di accantonare risorse per salvare le banche (ovvero: non vi imporremo delle regole troppo dure, ma il prossimo guaio ve lo pagate da soli). Non se ne è fatto nulla perché le economie emergenti si sono opposte. Chi per paura di un mercato interno debole, chi perché tutto va bene e si sente onnipotente (la Russia/la Cina). Il comunicato finale dice: ognuno farà la tassa che preferisce. Se Usa e Ue potessero aprire la strada, si farebbero un favore, resterebbero i luoghi che guardano al domani con un filo di programmazione. La Cina anche è così, ma con un sistema così diverso che – tra le altre cose – può permettersi, ancora per qualche anno, di fare delle scelte da sola e infischiandosene del consenso interno. La principale preoccupazione di Pechino resta la pressione per l’aumento di valore (o la fluttuazione) dello yuan o reminbi che dir si voglia. Hu non ci pensa proprio. Qui il commento degli esperti del Wall street journal sul comunicato, punto per punto. Sono di destra (infatti il titolo di apertura è più positive), ma sono anche il WSJ.

Infine, tutti promettono di tagliare il deficit di metà, ma niente sanzioni per chi non ci riesce. Insomma, la spinta è quella, sempre la stessa, ma senza eccessi. Obama è favorevole all’idea di ridurre il deficit, ma con calma e per favore e, anzi, avrebbe gradito un po’ di spesa globale. Anche stavolta la risposta europea è stata niet. Il presidente Usa, a proposito di monete che costano troppo poco e incentivi alla domanda solo americani, ha spiegato: non pensiate che adesso la ripresa la tiriamo noi spendendo per comprare le vostre merci. Serve domanda interna in ogni Paese. Ha ragione da vendere sul punto. Gli ha dato manforte, parlando con Reuters, la debole e improbabile presidente argentina Kirchner: nel 2001 tagliammo gli stipendi pubblici, l’effetto fu la depressione. Attenzione a gestire i deficit, è il messaggio finale. L’altro è che serve più multilateralismo, ispirazione originaria di Obama per gestire il ridimensionamento americano, ma che ciascuno, in tempi di crisi, sembra volersi guardare l’ombelico. E’ un errore, lo è stato nel ‘900 (e che errore), ma gli umani, si sa, non imparano dagli sbagli che fanno e quando sono in difficoltà pensano ciascuno alla propria sopravvivenza (dimenticando che in alcuni casi è più facile sopravvivere in due, in tre o quattro che non da soli).

28/06/2010
Categorie: Obama, Politica Estera, Post, economia.
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