Fine del bipolarismo britannico? Ultima digressione

E adesso? Il voto britannico di giovedì ci consegna una situazione complicata. Il partito conservatore stravince, ma resta a 20 deputati dalla maggioranza dei seggi. Il partito di Gordon Brown prende uno schiaffo tremendo, ma si ritrova con la soddisfazione avere una minima percentuale di restare al governo o di doversi confrontare, dall’opposizione, con un governo di coalizione, una quasi novità assoluta e comunque una novità per i cittadini britannici. E i LibDem di Clegg, che sono andati malino, pur avanzando in termini di voti assoluti, sono nella splendida condizione di poter decidere loro a chi far fare il premier. E giustamente danno il mandato politico «al partito che ha preso più voti degli altri», ovvero ai conservatori.
Il risultato di ieri è dunque pieno di paradossi. Tutti hanno in qualche modo perso: Cameron, che all’inizio della campagna elettorale vantava venti punti di vantaggio su Brown, i laburisti, costretti a candidare un premier stra-bollito e mai particolarmente popolare, i LibDem, che dopo i trionfi nei dibattiti televisivi del loro leader, erano certi di aver rotto per sempre il bipartitismo britannico. Oppure tutti hanno vinto: i conservatori, che hanno ottenuto la più poderosa avanzata in termini di deputati e hanno più seggi oggi che la loro campionessa margaret Thatcher nel 1979, il New Labour, che sopravvive a se stesso e che con un nuovo leader  – quasi certamente il giovane, esperto e brillante David Milliband – potrà incalzare l’eventuale governo Cameron e sperare di far saltare il tavolo della coalizione che verrà prima del tempo, i LibDem che quasi certamente otterranno una legge elettorale nuova che cambierà per sempre la compassata ed eteramente uguale monarchia costituzionale di Sua Maestà britannica. In questo contesto, quello del cambiamento permanente della politica di Londra, va anche segnalata l’avanzata o la conferma dei partiti locali. Gli scozzesi del SNP e i gallesi del Plai Cymru sono ormai una realtà stabile come i partiti nordirlandesi. In Scozia il partito che ha vinto le elezioni elegge un solo deputato. Anche questo è un fattore da non sottovalutare nei delicati equilibri che si creeranno nei prossimi giorni.
Che possibilità ha David Cameron di farcela? Ne ha molte. E ne ha poche. Ieri il leader che ha fatto tornare i Tories ad essere il primo partito ha proposto a Clegg un patto a tutto campo. I due si aono già sentiti al telefono nel primo pomeriggio e ieri sera si sono incontrati. L’ex studente di public school – che in Gran Bretagna sono le scuole private e di lusso – si è detto pronto a formare «un governo forte e stabile con ampio sostegno che agisca nell’interesse nazionale» ed ha fatto riferimento al governo in carica come al governo uscente. In teoria, invece, con un Parlamento «appeso», anche Brown potrebbe avere spazio per formare una coalizione, in quanto premier uscente. Dopo aver cercato di forzare la mano per tutta la notte tra giovedì e venerdì, Brown, a risultati acquisiti ha dovuto cedere il campo ai due avversari, spiegando che lui rispetta le posizioni di Clegg e che se i colloqui tra Conservatori e LibDem dovessero fallire, lui è pronto a parlare con il terzo partito.
La promessa di tutti ai LibDem è quella delle legge elettorale. Anche se una parte dei conservatori – quella più legata alla tradizione dle partito – ha già fatto sapere che quell’offerta è un’onta inaccettabile. Su tutto il resto le posizioni sono lontane. Specie quelle dei conservatori. Il partito di Clegg è il più europeista, quello di Cameron quello più lontano dall’euro e da Bruxelles. In mesi difficili come questi per l’economia, per la finanza e per la costruzione dell’Unione, questo non è un fattore indifferente. Sulla finanza, nell’ultimo dibattito Tv, Clegg ha attaccato Cameron e Brown accusandoli di essere vicini alla City finanziaria di Londra (cosa vera). Cosa dirà Cameron sulle regole per la finanza? Clegg propone la separazione tra banche d’affari e di raccolta del risparmio, l’introduzione insomma di una specie di Glass-Steagal Act, la legge voluta da Roosevelt negli Usa dopo la crisi del 1929. Un’ipotesi che alla City non vedono certo di buon occhio e che Cameron difficilmente accetterà. Su tasse, scuola, servizi pubblici, le differenze non sono minori. E non sarà un caso che diversi commentatori si dicano convinti che tra non molto si tornerà alle urne. E i bookmakers non offrono quote spettacolari per chi volesse puntare una sterlina sul ritorno alle urne entro l’anno prossimo.
Naturalmente può succedere che tutto fili liscio e che Cameron riesca a formare un governo con il sostegno esterno o ministri LibDem. Sarebbe un grande successo per lui e una prova di resistenza della democrazia britannica. Ma oggi tutto sembra confuso e Londra, invece di essere lontana e algida, sembra più vicina a Roma che non un anno fa.

Martino Mazzonis

07/05/2010
Categorie: Politica Estera, economia.
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