Elezioni britanniche: dopo la terza via
E così oggi finisce definitivamente l’era della Terza Via. Esce di scena con l’aria sommessa di un premier laburista che non ne è stato protagonista, che aveva fatto immaginare una svolta a sinistra e che si è invece trovato a dover affrontare la peggior crisi che i cittadini di Sua Maestà abbiano mai vissuto dalla fine dei bombardamenti di Londra da parte della Luftwaffe. E lo ha fatto utilizzando la spesa pubblica in maniera imponente, venendo quindi meno ad una delle regole base della ricetta New Labour. Nei 13 anni di governi Blair – Brown faceva i conti, era il numero due in politica, ma il suo potere è sempre stato grande quanto la sua frustrazione – hanno distrutto, nel bene e nel male, l’Old England, tale anche dopo l’epoca di Margaret Thatcher e John Major. Certo, era stata la Lady di ferro a cominciare, a dire addio all’industria pesante, a picchiare duro su quelle città industriali e minerarie rimaste identiche per struttura sociale e vita collettiva se non dall’800 di Dickens, almeno dagli anni ‘60. Ma non aveva modernizzato la società – o meglio, non l’aveva accompagnata nella modernizzazione.
Londra, alla fine degli anni 80 era ancora la vecchia Londra e l’East end, anziché essere il luogo più cool della terra come è oggi, era uno squallore decadente, non più working class, non ancora qualcos’altro (e anche i Docklands erano ben lontani dallo scintillio della fine degli anni ’90). Ed è per quello che a Brick Lane ci sono i bangladeshi, come all’Esquilino a Roma, perché gli immigrati hanno trovato uno spazio vuoto e lo hanno riempito. Oggi Londra è più importante di 20 anni fa, più globale, più frenetica, meno britannica e più finanziaria che mai. Se questo sia una grande merito del New Labour o se si tratti invece di un grande demerito è difficile a dirsi. Certo è che per un governo far tornare la propria capitale ad essere il centro del mondo è un successo. Come la vittoria nella candidatura olimpica.
Su alcuni grandi temi sociali il New Labour può vantare qualche successo, condito con diversa macelleria sociale e un bel po’ di passi falsi. Per modernizzare bisognava portare a compimento l’opera della signora Thatcher, e Tony Blair ha scelto quella strada accompagnandola con misure nuove quali il welfare to work. La forza del Labour è stata anche quella di saper mantenere per due legislature i propri bastioni popolari – i quartieri di Londra, il Nord, le ex città industriali, la Scozia – intrigando i nuovi ceti urbani e flirtando parecchio con la City di Londra e il suo immenso potere. L’impianto forte di questa capacità sta nell’aver difeso, più o meno, e rinnovato alcuni pilastri del welfare, prodotto ricchezza – molta della quale immobiliare e finanziaria – portato avanti politiche pubbliche che prevedevano la partnership con il privato e condotto diverse privatizzazioni.
L’ideologia era quella della fine dell’identificazione con la working class nemica delle elites che votano per i tories, e l’abbraccio ai cittadini britannici tutti. Durante l’ultima campagna Brown ha provato a rispolverare la formula anti-Tory, magari giusta, ma poco credibile dopo anni nei quali i laburisti hanno cercato di far dimenticare come la società britannica sia stata ed è una delle più classiste del mondo occidentale.
I cittadini hanno creduto davvero a quella formula? In parte sì, anche se il giovane Blair è arrivato, proprio come Margaret Thatcher, alla fine di un lungo ciclo politico. Blair rompeva con il ciclo elettorale, ma non con l’onda lunga cominciata nel 1979, quella che si è infranta a Wall street nel 2008. La parabola ideologica della privatizzazione delle ferrovie britanniche, il feroce scontro con Ken Livingston e la vicenda della privatizzazione della London Transport sono gli esempi migliori della continuità. In politica estera, poi, dal 2001 in poi, Blair si è dato all’inseguimento dell’amministrazione Bush. Non un bel record e soprattutto uno degli elementi cruciali che ha allontanato l’elettorato laburista.
Cosa ci lasciano i fautori della defunta terza via? La scelta consapevole di rompere con il ‘900, una grande capacità di leggere cosa stava accadendo e di surfarci sopra – non governarlo, per carità – diverse menti brillanti. Con la crisi cominciata nel 2008, l’idea che l’assenza di regole potesse essere coniugata con un po’ di giustizia sociale e la possibilità di salire la scala sociale grazie alle “opportunità” è finita. La mobilità è verso il basso, il sogno finanziario si è infranto e non si vede nulla che lo possa rimpiazzare. Non Cameron, che come gli ha rinfacciato Brown durante i dibattiti, è molto più vecchio Tory di quanto non appaia e nemmeno Clegg, che è nuovo perché rompe con un sistema elettorale statico, incapace di registrare le novità. La verità è che, escluso Obama – che deve però fare i conti con i limiti del sistema politico Usa, con lo strapotere della finanza e con le sue incertezze – la politica occidentale presenta pochi fenomeni nuovi. Con tutte le differenze del caso si chiamano Lega, Berlusconi, Jobbik, PVV olandese. A sinistra esistono figure interessanti e si intravede anche qualche idea, liberata dalla crisi e dalla possibilità intervenuta di criticare il sistema.
ps se Brown dovesse vincere, quell’era sarebbe finita lo stesso, ma dimostrerebbe una grande resistenza


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