Dopo l’incubo nucleare…beh, non proprio
Qui sotto l’articolo scritto per Liberazione di domani sulla nuova politica nucleare Usa. Giovedì a Praga si firma lo Start 3. Il dibattito è come sempre tra chi teme per la sicurezza nazionale (stiamo cedendo troppo) e chi è deluso perché non si smantella tutto. Più impèortante dell’articolo su Liberazione qui l’analisi di Brookings, qui il commento di un esperto del Council on foreing relations, qui i key facts sul nuovo trattato, qui l’intervista sulla politica nucleare concessa da Obama al New York Times. E, infine, l’ottima mappa interattiva sugli arsenali nucleari della Nuclear threat initiative.
Non è la fine dell’era atomica. Ma un passo necessario verso il superamento di una paura che ha popolato i sogni, l’immaginario, la letteratura e il cinema di un paio di generazioni. Domani a Praga si firma lo Start 3, il terzo trattato di riduzione delle armi atomiche tra le due superpotenze che si sono spartite il mondo durante la guerra fredda. E ieri Barack Obama ha illustrato agli americani la nuova politica nucleare del suo Paese. La settimana prossima sarà la volta Conferenza sulla non proliferazione a Washington, a cui parteciperanno 50 Paesi.
Le novità nella Nuclear Posture Review (NPR), il documento diffuso durante ogni nuovo mandato presidenziale sono diverse e il fatto che l’Nrp sia arrivata con qualche mese di ritardo, segnala che nell’amministrazione devono esserci statti contrasti. Nel rapporto l’amministrazione sottolinea che gli Stati Uniti potranno fare ricorso alle armi atomiche «solo in circostanze estreme» e «per difendere l’interesse vitale degli Usa o dei suoi alleati o dei suoi partner». Nel suo discorso di accompagnamento, Obama sottolinea l’importanza dell’impegno verso un mondo senza nucleare, ma ricorda che gli Stati Uniti non hanno intenzione di percorrere la strada del disarmo da soli. La posizione è formulata in maniera inequivoca: l’obiettivo della dottrina nucleare Obama è«ridurre il ruolo delle armi nucleari nella strategia di sicurezza nazionale e focalizzare gli sforzi per ridurre i pericoli nucleari del 21esimo secolo, mantenendo una sicura ed efficace deterrenza per gli Stati Uniti e per i loro partners fino a quando le bombe atomiche esisteranno».
Nel documento si legge che le bombe atomiche sono «fondamentalmente» e «primariamente» uno strumento di deterrenza da usare per rispondere ad un attacco atomico. L’impegno della Casa Bianca è anche quello di non attaccare con l’atomica Paesi che non posseggano armi nucleari o che rispettino il Trattato di non proliferazione. L’impegno vale anche per la risposta ad un attacco non nucleare, al quale, Obama spiega, si potrà rispondere con una serie di armi convenzionali di nuova concezione.
Dove sta l’equilibrio? Le valutazioni sono diverse. Il rapporto sulla NPR descrive il «terrorismo nucleare» come la più immediata ed estrema minaccia, un segnale all’Iran e alla Corea del Nord, oltre che una sollecitazione a vigilare sul possibile commercio che alcuni Paesi possono fare delle proprie conoscenza in materia di tecnologia militare atomica. Poi c’è l’invito a Pechino ad essere più trasparente sui propri arsenali (un invito non rivolto a Israele, che però, assieme a India e Pakistan non è firmatario del Trattato di non proliferazione). Un ulteriore novità sta nel cambio di concezione delle relazioni: oggi i pericoli per gli Usa non vengono dall’equilibrio atomico, ma da minacce più liquide e nascoste. Robert Gates sta riorganizzando l’esercito per quelle e con la riorganizzazione cambia anche la politica atomica. Ai Paesi che continuano a brandire la bomba (o il suo sviluppo) come una clava, il presidente Usa dice – in un intervista al New York Times -che per anomalie come le loro, le sue parole al momento non valgono.
L’amministrazione Obama crede molto nell’idea di superare il mondo della Guerra fredda (e i suoi arsenali): certo la bomba conta meno che durante gli anni dell’equilibrio del terrore e certo l’arsenale non viene smantellato. Ma la centralità di una moderata dottrina del disarmo è il frutto di una scelta politica. Obama ne aveva parlato in campagna elettorale e su quest ha tirato per la sua strada. Non c’era, in fondo, nessuna urgenza di cambiare nulla.
Giovedì si firmerà a Praga il nuovo trattato Start, lo storico accordo Usa-Russia che porterà a un massimo di 1550 per ognuna delle due ex superpotenze. Il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, ha avvertito che Mosca potrebbe uscirne se si sentirà minacciata dallo scudo antimissile Usa. Anche in questo caso i critici – da destra – di Obama hanno parlato di un cedimento: le armi russe sono più vecchie e Mosca non ha risorse per rinnovarle e mantenerle. Da sinistra si spiega invece che il conteggio delle testate è sempre un tema ambiguo, lo era negli anni dei telefoni rossi, lo è ancora. E poi che non si è fatto abbastanza. Obama e Medvedev, per ora stanno in equilibrio. Un po’ fanno propaganda, un po’ fanno sul serio e rendono il mondo meno insicuro.


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