La guerra di Rahm Emanuel
Oggi sul Washington Post compare un articolo, il secondo in una settimana circa, che tesse le lodi di Rahm Emanuel. Il capo dello staff di Obama sarebbe l’unico antidoto all’idealismo eccessivo che impera nella cerchia stretta del presidente, l’omo che traturrebbe il “change we can believe in” in cose che abiamo fatto. E nessuno gli avrebbe dato abbastanza retta in questo anno. Su Guantanamo e i processi ai detenuti, sulla sanità e su altro ancora, Emanuel aveva frenato, cercato mediazioni e consensi mentre gli Obamas tiravano dritto per la loro strada e deragliavano. Molte cose sono vere. Con un dubbio: gli articoli del Post seguono una serie di attacchi al capo dello staff da parte di testate liberal e non (questo è il Ft, se on ve lo fa vedere, copiate e incollate il titolo su google e collegatevi da link fornito dal motore di ricerca). Ovvero, è evidente che alla casa Bianca è in atto uno scontro duro su chi e quanto influenza il presidente, chi e come prende le decisioni. Sicuramente Obama ha il problema di essere circondato da troppi dei suoi – lo stratega Axelrod, il capo della comunicazione Gibbs e l’amica ed ex collega e mentore della moglie, Valerie Jarret. E sicuramente nello staff c’è chi protegge troppo il presidente o pensa troppo ai consensi dimenticando di non essere in campagna elettorale. E sicuramente ci sono alcune figure politiche importani arrabbiate con il presidente perché non abbastanza coinvolte nei processi decisionali – ad esempio la segretaria per la Homeland security Napolitano e quella per la Sanità, Kathleen Sibelius, che hanno lasciato posti da governatore di Stati importanti per giocare un ruolo da comprimarie a Washington. La difesa di Emanuel, però, sembra davvero il frutto di uno scontro interno: presto avremo altri segnali e probabilmente un rimpasto nella squadra di Obama.


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