Tutti a Nashville a prendere un té con Sarah

Ha preso il via la convention del partito del té, l’ultima forma presa dall’estremismo conservatore Usa. Dentro o fuori il Grand Old Party? Egemone o no nel partito di opposizione che spera di riconquistare terreno nelle elezioni di mezzo termine di novembre? Grandi questioni aperte che riguardano il futuro della politica Usa e i rapporti tra Obama e il Congresso. Stasera parla la star, Sarah Palin, ma scorrere il programma può essere interessante. Ci sono seminari su come unire i vari gruppi sorti spontaneamente in giro per il Paese e sull’insediamento locale, ma anche appassionanti conferenze sui “Legami tra l’amministrazione Obama e i dittatori marxisti in America Latina”. I primi servono a organizzare l’offensiva contro Obama sul territorio e lavorare per far vincere le primarie repubblicane ai candidati considerati affidabili (e non dei RINO, così chiamano quelli che considerano i repubblicani solo nel nome). A proposito di RINO contro conservatori, date un’occhiata allo spot d Carly Fiorina per vincere le primarie in California. L’ex consulenete ecnomica di McCain, non particolarmente estremista, si dipinge come tale proprio per corteggiare il mood che ritiene essere prevalente nel partito repubblicano.

La nascita del Tea Party e le forme prese dalla politica di destra incarnata da Sarah Palin sono l’oggetto dell’ampia analisi del NYT, che ha anche chiesto ad una serie di esperti di dare un parere. Sui media contemporanei come strumento di coesione politica di un gruppo e non più di informazione, vi segnaliamo questo bell’articolo da The Atlantic.

Un dato cruciale che esce dai sondaggi sul TP è la omogeneità della visione da parte dell’opinione pubblica interrogata, che pure spesso ha una visione positiva del movimento (in empi duri, la rabbia paga). A dicembre un eventuale terzo partito superava nei sondaggi i due tradizionali (ma è normale, poi quando si vota davvero le cose cambiano), più di recente si segnala un sondaggio tra i simpatizzanti: bianchi all’87%, molti over50, ma non rozzi analfabeti. Tutti conservatori Doc, per loro definizione. L’opposto della coalizione messa insieme da Obama – e qui si aprirebbe un lunghissimo discorso sulla geografia elettorale e di come potrebbe ancora cambiare a novembre. Con i TP si vincono le primarie – dove partecipa chi è schierato e appassionato di politica – ma non le elezioni, sembra di capire. Un pericolo per il partito repubblicano. Certo, la politica è sporca e attorno alla convention, alla quantità di soldi che chiedeva per partecipare e a chi ci ha guadagnato, c’è stata una settimana di rumors. Gli organizzatori hanno dovuto mettere assieme una campagna per cercare di salvare la faccia sui loro guadagni. Nel frattempo, qualcuno aveva scelto di non partecipare come speaker e altri avevano chiesto il rimborso del biglietto.

Perché il futuro del TP è importante per Obama? Semplice, in uesti gorni il presidente è all’offensiva per riportare i repubblicani a discutere di leggi e issues. Se riuscisse a convincere qualche moderato, la sua agenda farebbe passi in avanti. Se sarà l’ideologia dei tea parties ad avere la meglio, si andrebbe ad uno scontro totale nel quale l’amministrazione potrà accusare il Grand Old Party di non voler decidere e saper dire solo dei no.

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