Dietro l’ultimo scontro Usa-Cina la grande partita del commercio

Il deficit commerciale americano non è una questione esclusivamente cinese. E non è l’unica grande partita che anima le inevitabili tensioni all’interno del G2, la nuova entità che somma l’ultima grande potenza del ’900 e l’astro nascente della geopolitica e dell’economia mondiali.
Il commercio tra i due giganti resta però un fattore determinante per entrambi i Paesi. Come è stranoto, nell’ultimo decennio i cinesi hanno alimentato la voglia di consumo dei cittadini americani comprando quote crescenti di debito Usa. In cambio, gli americani compravano merci a poco prezzo.
Dall’agosto 2008 le importazione e le esportazioni per e da gli Stati Uniti sono calate in maniera considerevole. L’export americano non petrolifero è sceso del 25% al mese mentre l’import è calato del 33%. Con una eccezione notevole, i prodotti da e per la Cina. Anche in questo caso gli scambi sono calati  – c’è la crisi dappertutto – ma molto meno. Così, la percentuale del deficit di matrice cinese è passata dal 69% del totale all’83%.
In decenni – gli ultimi tre – in cui il mercato del lavoro americano ha conosciuto un trasferimento di posti dall’industria manifatturiera a quella dei servizi demansionati, è naturale che sia la destra nazionalista americana che la sinistra legata ai sindacati e particolarmente forte negli Stati in pieno declino industriale abbia posizioni fortemente contrarie al libero commercio internazionale ed anti cinesi. E che l’amministrazione Obama continui ad insistere sulla necessità di aumentare il valore della moneta cinese, assieme ai salari bassi e alla mancanza di vincoli ambientali, il principale fattore competitivo dell’industria cinese.
La resistenza di Pechino a rivalutare lo yuan si deve al timore di una perdita di competitività a scapito di altri concorrenti asiatici (il Vietnam, ad esempio) e anche dei mercati del lavoro occidentali. La buona notizia, per la Cina, è che l’anno di crisi appena passato dimostra che l’economia de gigante asiatico continua a crescere a ritmi sostenuti nonostante un crollo delle esportazioni verso gli Usa dell’ultimo anno.
Fino all’esplosione della crisi e anche dopo, il basso prezzo delle merci cinesi era un fattore importante della loro appetibilità sui mercati americani. Da due decenni almeno, infatti, i salari Usa sono in calo e la parte meno ricca della popolazione  – non solo i poveri, dunque – ha potuto permettersi di comprare beni di consumo di cattiva qualità proprio perché grandi catene come Wal-Mart comprano da fornitori cinesi.

04/02/2010
Categorie: Obama, Politica Estera, economia.
Segui i commenti: RSS 2.0 feed.
Commenta
Trackback

Commenta

Musica per Tea parties

Archivio

Links

Tags

afghanistan afroamericani agenda amministrazione Obama analisi del voto bush cina Clinton coalizione conservatrice coalizione democratica Congresso convention crisi economica delegati economia elezioni di midterm finanza g20 geografia elettorale immigrazione Iran iraq israele latinos libro maccheroni McCain Medio Oriente Obama palin partito democratico partito repubblicano petrolio Politica Estera populismo primarie questione razziale riforma sanitaria senato soldi Sondaggi stati strategie elettorali superdelegati tea party