Guantanamo, la storia edificante dell’anno

Su Liberazione di oggi

Brandon Neely era già finito sui giornali una volta. Si era presentato volontariamente ad una commissione che raccoglie testimonianze sulla stagione della tortura, quella di Guantanamo e delle operazioni nascoste della Cia ed aveva raccontato la sua versione. Poi l’aveva ripetuta ovunque possibile, assieme ai veterani contro la guerra in Iraq o da solo. Paffuto come tanti americani della provincia, oggi vive ad Huntsville, Texas, dove fa il poliziotto.
La sua non è una ribellione contro gli Us of A, ma quella di uno che ha passato la vita «al servizio della nazione», come si dice da quelle parti, ed ha visto i suoi valori buttati nei cessi metallici di Camp Delta.
Shafiq Rasul e Ruhal Ahmed, invece sono due dei protagonisti di The road to Guantanamo il docu-film che narra della loro vicenda di detenuti nella base militare a Cuba in quanto sospetti “nemici combattenti”  – la formula giuridica inventata dall’amministrazione Bush per assegnare alla giustizia militare dei civili. Uno porta la barba lunga, l’altro, una volta liberato, è diventato portavoce di Amnesty International. Assieme ad un terzo giovane, Asif Iqbal sono i cosiddetti “Tre di Tipton”, tre giovani della stessa cittadina catturati in Afghanistan e presi per talebani. Anche loro hanno raccontato al mondo la loro vicenda in tutti i modi possibili, appellandosi alla Corte Suprema per portare Bush in giudizio.
Dopo aver lasciato Guantanamo e l’esercito, Brandon  è tornato a casa e non è riuscito a stare zitto. Ma c’era qualcos’altro che gli ronzava per la testa. E così, un giorno dell’anno scorso, ha aperto il suo account di Facebook e digitato il nome dei ragazzi di cui si ricordava. Trovando Rafiq. Con loro, dopo qualche mese nel quale li aveva presi a calci come gli altri, aveva scambiato opinioni sul rap, gli avevano chiesto se dalle sue parti si ascoltasse davvero Eminem o Dr. Dre, due rappers americani.
«Quando mi sono visto arrivare il messaggio è stato un colpo», ammette uno dei due britannici. Dopo aver accettato l’amicizia e per qualche mese Brandon e Rafiq si sono scambiati messaggi. Poi la Bbc ha sentito la storia ed ha chiesto a tutti se se la sentissero di incontrarsi davanti ai microfoni. Tutti hanno accettato.
E tutti sono agitati prima dell’incontro: «Sono nervoso, non ti so dire perché», spiega uno dei tre ragazzi mentre i tecnici lo microfonano. Il secondo arabo britannico, racconta di vivere emozioni molto discordanti e non sa quale prevarrà. Il più sereno è proprio Brandon, che si dice sicuro: «Cio ho pensato mille volte a questa situazione, qualcosa di buono ne uscirà».
Ed in effetti: «Sei diverso senza elmetto». «E voi siete diversi senza quelle tute arancioni», si sorridono i tre ripresi dalle telecamere in uno studio televisivo di Londra. Le loro interviste sono andate in onda ieri a Five live, una trasmissione radio Bbc. Uno ha riflettuto a lungo sulla sua vicenda personale e forse anche gli altri. I due ex detenuti avevano dato battaglia legale, ma non avevano mai discusso della loro vicenda personale. In fondo erano stati catturati in Afghanistan, un posto bislacco dove andare in vacanza. Per la prima volta i due si aprono: nel campo talebano c’erano stati, raccontano di essere finiti laggiù per vedere, non potendo più uscire dalla provincia a causa della guerra: «Siamo andati per vedere cos’era, com’era fatto». All’obiezione del giornalista sul fatto che anche loro si fossero esercitati con gli Ak47, è Shafiq Rasul a rispondere. «Eravamo in Afghanistan in un’età nella quale se vedi un mitra lo prendi, vuoi vedere che sensazione si prova. Ma non siamo andati laggiù a fare addestramento». La loro presenza è stata forzatamente male interpretata: come migliaia di giovani di origine pakistana le sirene dell’Islam radicale forse suonavano anche per loro, ma non erano in Afghanistan per andare a combattere né ad addestrarsi. «Quanto al motivo per cui si sono visti a Londra ieri, è Brandon a spiegarlo: «Sentivo di doverlo fare. Mi avevano spiegato che questa gente era la peggiore gente al mondo. Sono dispiaciuto per l’inferno attraverso il quale sono passati. Mi sento responsabile quanto gli altri. E ci tenevo a dirlo».  «Per noi siginfica davvero tanto – è la risposta -persone come te che raccontano le cose come le abbiamo vissute. Ma tu eri la a fare un lavoro. E’ il tuo governo che dovrebbe scusarsi». Se non è una storia edificante questa.

13/01/2010
Categorie: Politica Estera, Società.
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