Che succede in Yemen

Una striscia di deserto con un’economia di semi-sussistenza in fondo alla penisola araba. Il Paese di origine del padre di Osama bin Laden e uno dei centri di reclutamento dei jihadisti stranieri che si precipitarono in Afghanistan a combattere contro l’invasione sovietica. E poi il porto di Aden è il luogo in cui era ormeggiata la USS Cole quando venne colpita da un’imbarcazione che ne sfasciò la fiancata e uccise 17 marinai – quacuno ricorda Syriana, il film con George Clooney?
La presenza di al Qaeda in Yemen non è dunque una sorpresa per nessuno. Non è il passaggio di Umar Farouk Abdulmutallab per il Paese prima di imbarcarsi con le mutande esplosive a svelarcelo. Lo stesso generale Usa Petraeus ne ha parlato più volte nei mesi passati. Ci sono radici storiche, elementi recenti e alcune caratteristiche simili alla situazione afghana o somala che rendono relativamente facile la possibilità di organizzare delle basi senza essere troppo infastiditi dalle autorità locali. Ad esempio un rivolta nel nord e un tentativo di secessione nel sud e una crisi economica galoppante. Oppure vaste aree tribali nelle quali l’autorità del governo è relativa. Negli ultimi mesi non sono mancati neppure segnali di una ripresa – o di un rilancio – delle attività terroristiche.
La rete originaria era stata colpita duramente dopo il 2001, quando la crociata di George W. Bush, sporca e disumana fin che si vuole,  era diretta contro il nemico vero. Poi sono venute le armi di distruzione di massa in Iraq e al Qaeda è passata in second’ordine. E si è riorganizzata.
Le cellula yemenita e saudita di al Qaeda si sono fuse in un’organizzazione regionale guidata da Nesser al Walhishi e dall’ex detenuto a Guantanamo Saeed al Shihiri. La loro rete ha basi solide nelle province montagnose e isolate di Marif e Jouf. Come per la branca maghrebina, quella yemenita-saudita è un’organizzazione regionale e le sue attività nei mesi passati indicano un passaggio da un modus operandi nazionale e di relativo basso profilo, a un ritorno al pensare in grande. Negli ultimi mesi diversi memri dell’anti-terrorismo sono stati uccisi, diversi europei rapiti, un gruppo di turisti sudcoreani attaccati da un’autobomba. Le autorità saudite, dal canto loro, hanno scoperto di recente un tentativo di contrabbandare diverse decine di cinture da kamikaze. Lo scorso agosto, poi, un kamikaze 23enne, riuscì a salire a bordo del capo della sicurezza nazionale saudita, il principe Mohammed bin Nayef, promettendo di avere rivelazioni da fare. Il giovane si è ucciso, sembra, riuscendo a ferire lievemente il principe.
In Yemen si nasconde, predica e si collega ad internet anche il predicatore americano-yemenita Anwar al-Awlaqi che nei mesi precedenti il massacro di Fort Hood si era scritto a lungo con il maggiore Nidal Malik Hasan, che poi ha ucciso 13 persone nella base.
La punta della penisola araba, a un passo dalla Somalia senza tregua e altro luogo di mille traffici è insomma la nuova zona franca di rifugio del terrorismo qaedista. Molte fonti indicano che con l’intensificarsi delle operazioni dell’esercito pakistano nelle aree tribali di confine con l’Afghanistan, decine di combattenti stranieri hanno lasciato il Paese per la nuova destinazione. La tragica crisi economica in cui versa lo Yemen non aiuta il governo ad avere una sua politica. E questo non è un bene.

02/01/2010
Categorie: Politica Estera.
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Un commento a “Che succede in Yemen”

  1. America2012 » Un punto su terrorismo e al Qaeda on gennaio 8th, 2010 at 17:57

    [...] in AF-Pak, quella dei singoli emulatori e, oggi, quella yemenita). Sullo Yemen vi rimandiamo a questo post. Dal Washington Post una spiegazione intressante: i servizi americani erano concentrati su possibli [...]

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